lunedì 25 novembre 2013

Le Jardin Secret

Immagina che questo non sia il piccolo giardino della vicina ma un posto nascosto dentro un piccolo bosco e che cento e più anni fa noi ci s'incontrava dopo aver lacerato il bordo delle vesti camminando tra i rovi. Tu portavi una pagnotta e qualche frutto di stagione, io rubavo del liquore giallo ocra dalla vetrina del tinello di mogano scuro. Era sempre d'estate, per noi l'inverno era migrato altrove. Ci sedevamo composti uno di fronte all'altro nascondendo i graffi del cuore, facendo finta che un'ora era infinita. Si mangiava e parlava e qualche volta danzava. Si stava muti qualche volta. Capaci di sentire e godere del non dire nulla. Quello era il nostro piccolo mondo fatto di bosco e di morsi. Poi tornando ci si slacciava pensando che cominciava il sogno. Con le pareti strette di due case ma senza tetto per poter scappare. E passavano i giorni che non finivano mai. Pieni e rotondi. Sferruzzatti con cura fino a farne una coperta colorata da tenere sopra le spalle quando poi per mano del futuro in quel bosco una piccola casa, una soltanto, abbiamo addobbato ridendo.

Sound: Le Jardin Secret - Jazzanova

venerdì 22 novembre 2013

Aspettando un parcheggio (mentre fuori piove)

Nel tragitto che faccio tutti i giorni dalla mia bocca alla tua perdo i battiti.
Mi fermo un istante ed aspetto che l'aria arrivi alla pancia.
Poi apro gli occhi e ti guardo.
La luna, le stelle, il sole al tramonto e l'alba.
Tutto all'inverso.
Poi ci ripenso.

Postponi.

La sveglia. La doccia. La chiamo?

Ieri.

7.30, la sveglia suona da un'ora. Ogni cinque minuti. Il coinquilino batte sul muro e lamenta parole incomprensibili. Io mi giro sul lato giusto del letto e mi prometto: solo cinque minuti. Ne passano venti. Squilla il telefono. Dove sono? Arrivo subito, sono per strada. Dammi cinque minuti. La bocca impastata di sogni non mente.

La fotocopiatrice è il mio pastore, non manco di nulla. 

È lunedì, sono tutti strani. Hanno quell' aria malsana di smog sotto gli occhi e tra i capelli. E poi mi odiano perché ho fatto tardi. Guarda che l'autobus si è rotto, non sono stata bene stanotte, il mio gatto è scappato di casa, la lavatrice è esplosa, non ho sentito la sveglia. La sveglia l'ho sentita. Tante volte. 
Non ho portato il pranzo. Devo uscire e fuori piove. Devo scegliere. Mara cucina solo carne e nei panini mette la maionese. Ho un pacchetto di crackers suicidi nella borsa. Posso rimettere insieme i pezzi, chissà che disegno esce fuori.

Sabato sera ho conosciuto una ragazza. E se ci penso sorrido. Mi ha scritto il numero di telefono nel tovagliolino di un bar. Lo tengo in tasca, nella speranza di gettarlo distrattamente insieme alla carta delle gomme. Chiamami! E poi che le dico? Ciao, sono Giorgia, ecco t'ho chiamata! Ci penso più tardi. Ci penso domani. Sì, domani giuro la chiamo. Ma poi che le dico? La chiamo e non dico niente. La chiamo e resto in silenzio. Ed attacco. Così poi richiama lei ed il problema è suo.
E poi che mi dice?

La gravidanza

Ti tengo dentro nel mio ventre scalzo, disadorno di futuro e farcito di passato, tra rumore e polvere e baci dispersi.
Ho passato troppo tempo a immaginarti, immaginarci. Con la pelle d'oca che ti chiamava.
Come il migliore dei ladri, rubavi e poi scappavi via. Lasciandomi solo dei baci.
Così in una sera di pioggia, ballando incurante tra lampioni e auto parcheggiate ti ho scalciato e sei finito ancora più dentro, un anello di saturno tra le mie anche.
Dondolando come un pendolo, tic tac tic tac ti sento nella mia pancia che ora è un po' gonfia di te. Ma non posso che immaginarti, piccolo nelle mie viscere, che cammini, poi ti siedi stanco a leggere un libro con un calice di vino tra le dita. E stai li, giorno dopo giorno, mentre i capelli diventano bianchi, a controllare che il mio diaframma si abbassi e alzi con armonia. Per te diventa suono, per me un' ossessione non poterti avere tra le mani.

mercoledì 20 novembre 2013

Si puo' dare un titolo alla demenza?

mi hanno detto che saresti venuto, bardato di sete  lustrini e cavallo bianco,
di non avere paura perchè la spada l'avresti usata solo per i draghi.

mi hanno detto, poi, che  saresti venuto vestito di stracci ma con monete d'oro nel cuore
'devi solo aspettare nell'incanto luminoso e noioso della purezza, sennò...'

poi hanno detto che era già tardi, 'hai già vent'anni!'
e cosa saranno mai solo v-e-n-t-i !, ho pensato che erano pazzi perchè mi piaceva ancora giocare, ma attorno a me l'evidenza dilagava dandomi torto marcio.

ne ho preso uno a caso, senza casa. troppo presto, troppo tardi, non importa. ero normale.
non aveva il mantello e neppure i denari nel cuore, e di biancore non v' era ormai più traccia. sarà stato per quello. forse.
e sono scappata. la spada l'aveva e l'usava con me, anzichè coi draghi.

ho smesso di ascoltare, pensavo di esserne fuori. finalmente.
invece evidententemente radici più forti l'hanno spuntata. così è venuto lui.
non aveva ne spade ne stracci. non aveva nulla, e mi sono annoiata talmente tanto
da combinare dei guai. di quelli fortuiti però

martedì 19 novembre 2013

Blues


http://www.flickr.com/photos/oprisco/6169385232/in/photostream/
La sera viene presto d’autunno, talmente veloce che sali di giorno sul bus e ne scendi di notte poco dopo, 
 
è un fare strano quello di novembre, hai  le spalle ormai piegate di stanchezza annuale e soltanto l’estate potrebbe tirarti l’amo e fartene uscire, invece...
la luce si fa avara, il freddo ti stritola dentro maglioni infeltriti.
 
e le tue mani. quelle sono di luglio e agosto, calde, premurose, dolci come meloni. aspettano in un’ altra stanza, che non è mai di casa mia. sanno spezzare per ore l’incantesimo della serietà, sanno di teatro e magie ridenti. 
e l’altra stanza, tutte le stanze, quelle in cui ti trovo, rallentano il tempo e ballano il blues per trattenermi dentro un sorriso sfiorandomi appena.