mercoledì 30 aprile 2014

Se rallento

Foto: Giardino Zen
Centoquaranta.

Sto guidando ad una velocità folle, deliziato dal rumore del motore su di giri, dalle luci della galleria che si susseguono velocemente. 


Luce. E poi subito ombra, nei tratti non direttamente illuminati. Sembra tutto facile,  quaggiù.
Niente casini con il lavoro, niente scenate della fidanzata. Solo la velocità. L'asfalto. Le pareti della galleria. Lo spazio è chiuso, ma non mi rende claustrofobico. Tutt'altro. Sono pervaso da un senso di onnipotenza. Nessuno può fermarmi.

martedì 29 aprile 2014

Bisogna far caso alle giornate di Sole

Illustrazione: Giardino Zen
La disoccupazione lo aveva intrappolato in una rara, sgradevole, specie di stato depressivo all’apparenza insanabile, dovuto ad uno stato mentale davvero chiuso e contorto.
Quel giorno fu il frigorifero a costringerlo a uscire. O meglio, il vuoto. Non c’era più nulla da mangiare. Né da bere. Restavano solo due scatolette di tonno nel pensile della cucina, in alto a destra, che facevano da scorta di sopravvivenza. E un tubetto di Ketchup rinsecchito e scaduto, sul lavandino, in attesa del suo finale scritto, nello smistamento rifiuti. Che altro che sopravvivere, quello probabilmente poteva uccidere.
Erano giorni, ormai, che vegetava all’interno del suo appartamento.
Galleggiava nell’ossigeno polveroso di quella dimora, imbrattata di tensione e alterazioni.
Di fitte, sconforto e frustrazione.

lunedì 28 aprile 2014

Il niente che ho dentro

Non ho niente da dire. 
Dico sul serio, assolutamente niente.
Spero basti la mia faccia a far capire tutto. E se non sarà così? Se si vuole essere compresi bisogna parlare, spiegarsi, dire un sacco di blablabla che alla fine non servono a niente. Però bisogna dirli.

Altrimenti addio, sei chiuso fuori. Come posso pretendere che gli altri mi vengano incontro se non parlo?
È tutta colpa tua, Lorenzo, che non apri mai la bocca.
È che forse non ho niente da dire, davvero.
E allora cos'è quel nodo che senti all'altezza dello stomaco.
Niente.
Cosa vedi con quel tuo sguardo perso?
Niente.
O forse niente è la parola giusta per definire tutto ciò che mi passa per la testa. Ricordi sbiaditi che mi camminano per la mente, comparendomi davanti agli occhi all'improvviso, come flash.

giovedì 24 aprile 2014

Ho preso le stelle dai tuoi occhi

Starlet_eyes Photography
Ogni cosa segue il suo naturale processo. C’è il continuare. L’eliminazione. Ci sono le svolte. I fermi immagine. C’è quello che è sempre stato e che rimarrà per sempre.

Sono stati i tuoi sorrisi a farmi questo. E’ stato tutto quello che hai detto. E’ stato tutto quello che ho creduto possibile.

Era. Tutto. Vero.
O era tutto.
Solo. Semplicemente. Pura. Utopia.

Ricordo la prima volta che ti ho vista. Mi ricordo bene la tua testa, mentre la mia smise di funzionare.
Ti fissai. Mentre il tempo smise di esistere. Non riuscivo a credere a quello che avevo trovato. Nulla più poteva abbattermi. Tranne te. Eccetto te.

mercoledì 23 aprile 2014

Il tempo di uno sguardo

Illustrazione e foto: Giardino Zen
Uno zaino sulle spalle e un gran casino in testa. 
Sperava di non averla fatta troppo grossa, stavolta.
Nadia si dovette fermare vicino ad un cassonetto per riposarsi un po'. Aveva corso per almeno due chilometri ad una velocità folle, nella speranza che non la prendessero.
"E infatti non mi hanno beccata" pensò con una certa soddisfazione, boccheggiando per la fatica.
Si tolse lo zaino e lo poggiò sul marciapiede. Le bombolette al suo interno si scontrarono, producendo un rumore metallico. Nadia sorrise.

martedì 22 aprile 2014

Una musica inedita

Starlet_eyes Photography
Sofia adorava la sensazione di affondare le mani nella pasta del pane in divenire, ancora collosa e plasmabile; lo faceva con un rispetto quasi religioso, era sempre incredula davanti alla trasformazione di un pugno di farina e di poca acqua in qualcosa di completamente nuovo. Impastare la faceva sentire bene, le toglieva di dosso la fatica e la noia di un'esistenza banale, mediocre, che durante rari momenti di grazia sfiorava addirittura un riflesso di tranquilla rassegnazione. Per questo motivo odiava essere interrotta mentre preparava il pane.

Sofia aveva ignorato i primi quattro, cinque squilli del telefono. Richiameranno, pensava.
Ma quel suono penetrante non aveva intenzione di smettere.

- Pronto.

Due sillabe, un proiettile di rabbia compressa. Dall'altra parte solo dei singhiozzi, nemmeno una parola.

- Pronto. Mamma?

sabato 19 aprile 2014

Era un giorno qualunque per il resto del mondo

Starlet_eyes Photography
Le sue mani. A volte le capitava di sognarle ancora. 

La prima volta che l'aveva visto al colloquio, in giacca e cravatta, aveva subito notato che quelle mani stridevano con l'immagine di sé che lui aveva confezionato con cura per l'occasione. Mani adulte, mani capaci di toccare indifferentemente l'immondo e il sublime, mani da bassista, mani che alla fine non l'avevano toccata.

Dimenticami, le aveva detto. Gliel'aveva ripetuto mille volte, ma i ricordi non si possono cancellare a comando. Non siamo programmati per occultare memorie, come cadaveri nel bagagliaio di un'auto. 

venerdì 18 aprile 2014

Tutto l'amore che ci sfiora

Starlet_eyes Photography 
In quella storia, in quel pezzo di vita, c’era stata con tutta se stessa. 


Aveva deciso di provare a trovare una nuova configurazione ideale. Invano. Almeno per ora. Cercando di accantonare il suo dolore. Cercando di far finta di sentire e assaporare la nuova felicità della sua parte mancante, di un amore dissipato, lontano.

Stavano seduti uno di fronte all’altra e mangiavano lentamente. Lei saziava concitatamente la sua fame nervosa, senza quasi proferire parola. Giorgia non riusciva a dire proprio nulla. Odiava quella sensazione. Sentirsi soli mentre si sta con qualcuno è peggio che essere soli mentre si è realmente soli.

mercoledì 16 aprile 2014

Cadono le carte

Starlet_eyes Photography 
Rigiro continuamente le due carte fra le mani, cercando di capire quale strana magia faccia sì che siano esattamente lo specchio di ciò che succede nella vita.


La regina di cuori guarda verso sinistra con aria imbronciata, mentre il re di cuori la fissa. Nemmeno lui ha un'espressione serena. Giro ancora le carte, le cambio di posizione. Niente, non si guardano mai. Per quanto tenti di aiutare i loro occhi ad incontrarsi, uno dei due sposi ignora l'altro che lo fissa. 

Al posto di quei due potremmo esserci io e Giada. 

Abbiamo trascorso assieme tre anni, passati a rincorrerci come due bambini che giocano nel parco sotto casa. Ad un certo punto, però, ho smesso di correre. Non l'ho fatto perché lei mi raggiungesse, al contrario. Fosse stato per me, non avrei mai messo fine a quel gioco. Il fatto è che mi hanno arrestato.

sabato 12 aprile 2014

Il fabbricante di sogni

Starlet_eyes Photography
Di solito, era il suono appuntito della sveglia a intervenire sul suo sonno. Prima di liberarsi dalla morsa di Morfeo, si rotolava per numerosi minuti sotto alle coperte, cercando di dilatare il tempo.

Quella mattina si svegliò all’alba. Improvvisamente. Passò dal nero al bianco in una manciata di secondi. Fu come succede al cielo, quando al mattino inizia a schiarire. Non c’è un’ora precisa per l’alba. C’è l’universo e quello che accade spontaneamente. C’è quello che l’universo, ogni giorno, sceglie di essere. 

martedì 8 aprile 2014

Il pensiero fa un passo indietro

Starlet_eyes Photography
Il pensiero fa un passo indietro. 
La loro amicizia per lei è stata sempre molto importante, intoccabile. 
Non era un'amicizia comune, lui era la sua cosa.

Bello fuori e dentro, bello in ogni sua sfaccettatura. La stima profonda e sincera che riversava in lui. Una delle poche donne della sua vita che lo apprezzava per quello che era, che non andava oltre la sua anima. Lo conosceva più di quanto lui stesso pensasse. Capiva i suoi silenzi, le molteplici sparizioni e le parole taglienti che ogni tanto usava. Lo difendeva di fronte alle persone che lo consideravano instabile. Lei vedeva oltre. Riusciva a vedere in lui quella luce che appartiene a pochi.

martedì 1 aprile 2014

Cicale

ph Blulu
Rispondendo alla domanda di un avventore del locale, alla sua terza birra ghiacciata
e al mio secondo Barbancourt:

"La mia vita, sssì, come in altalena: avanti e indietro tutti i giorni, da casa al locale e viceversa, da buone cose a cose cattive, da menefreghismo difensivo a sofferenza per empatia. E così via. 
Un velo di cipria per nascondere la stanchezza. Fiori sulle corde per non sentire il dolore dei polsi lacerati. Un sorriso rouge chanel per accogliere i clienti. Un mondo immaginario per digerire il reale. Come Giulietta, appunto..."

Lui fa spallucce e torna al suo tavolino.

Mi offrono da bere, fanno domande lievi aspettando in cambio un numero e la chiave della mia mansarda, invece  trovano  parole a cui non sono abituati, demordono, non sono capaci di spontanea lievità. Sono banali, prevedibili e spesso stancanti.
Invece una sera.