lunedì 27 giugno 2016

La neve di giugno

Starlet_eyes Photography


Quella mattina si era alzata con gli occhi ancora socchiusi e la testa pesante. Dormire poche o tante ore, ormai, non faceva molta differenza.

Era completamente coinvolta nel realizzare al meglio l’unica cosa che poteva realmente fare: fare programmi senza portare a termine nulla. 

Era stordita, perennemente incazzata e sempre pallida.

Le ventiquattro ore della giornata scivolavano vorticosamente e lei, inconcludente, scivolava con loro.

Le prime giornate d’estate, ancora fresche, contenevano pensieri, istinti, dolori, fermi immobili nell’aria. 
Un interruttore del cambiamento era appoggiato da tempo sul suo comodino, ma quella mattina, come le altre, quando si alzò lo ignorò.

La vita, in dispersione, non aveva posti in cui svoltare. 

In quel momento, Isabelle era soltanto una donna che correndo stava ferma, si muoveva ma rimaneva. 

Confusa nell’infinito, aveva la neve dentro, a giugno.

E così, tra favole e realtà, non aveva più la sua natura addosso. Si era persa. Vivendo a metà.
Vivendo solo la parte pragmatica della vita. 
Senza sogni, senza il dolce naufragare che solitamente la cullava nel suo tempo, libero e non.

Andò dritta in cucina, prese la moka e si preparò un caffè. Senza che se ne accorgesse il giorno del confronto con la verità era arrivato. E certamente non poteva iniziarlo in altro modo.
Sentiva una musica potentissima dentro. E un richiamo di arresa. Le maree non si potevano fermare, ma le rotte si potevano ancora cambiare. 

Mentre beveva il caffè, in qualche modo, si abbandonò. 

Continuare a combattere era inutile. Aveva dentro un uragano che urlava. Racchiudeva l’amore che a tratti le spaccava la vita, a tratti la salvava. Per fortuna.
Non poteva più nascondersi. Si era persa per rinascere. E aveva bisogno di ricominciare a trovare l’intensità delle sensazioni, l’intensità di se stessa. 

Non sapeva più chi fosse. 

Ma questo è il percorso: passano la grandine e i fulmini; e poi ti arrendi e torna a essere tutto splendido. 

Perché, in ogni vita, si muore e si rinasce molte volte. 

Appoggiò la tazza sul tavolo. Uscì. E quello fu il primo giorno, il nuovo giorno. 
Quando rientrò trovò la ceramica macchiata, di marrone. E in camera, il comodino vuoto.