lunedì 12 dicembre 2016

In un giorno qualunque



Foto di valentinanonseitu

Il freddo le gelava i polmoni. Lo sentiva avanzare dentro, lentamente e come una macchia oleosa imprigionare, inghiottendo millimetri di tessuto vitale.

Il vento gelido e pungente sembrava essersi assopito. Per più di un’ora aveva soffiato incessante e non c’era stato modo di trovare un angolo riparato sotto il vecchio ponte. 

I cartoni logori e umidi avevano danzato freneticamente sotto le dure sferzate di un inclemente aguzzino e a ogni sgarbato volteggio, avevano lasciato campo libero al rigido tiranno.

A poco a poco, con lentezza irritante, aveva sottratto anche l’ultimo cenno di calore rimasto e restituito, beffardo, fitte lancinanti e continue.

Avvicinò le ginocchia e le strinse più forte verso se, per contrastare il dolore che le prendeva il petto ogni volta che lo espandeva per respirare piano.

Le strinse fino a farsi diventare le mani bianche, almeno così immaginava, perché il nero attorno a lei era così intenso da non poter vedere nulla.
Sollevò ancora un poco la pesante coperta, e usò un grosso buco per incastrarci una parte del viso, giusto lo spazio per bocca e naso, giusto lo spazio per respirare.


Una volta era stata viva, viva da far scoppiare i vetri con i suoi picchi di felicità e gratificazione. Il lavoro, i soldi, l’amore. Compiaciuta, premiata e appagata.
Poi gli acuti erano diventati urli, gli urli stridii, gli stridii sussurri, i sussurri silenzi.


Tutto ad un tratto avrebbe voluto solo sparire. Lei che dell’egocentrismo aveva fatto il suo stile di vita, avrebbe voluto solo fuggire. Si era sentita così confusa, da non riuscire più a star seduta su quella sedia, al centro di un palcoscenico immenso e spietato.

Adesso le luci della città le vedeva solo da lontano. Piccoli punti luminosi cui a volte tracciava i contorni e immaginava forme tremolanti come fiammelle di candele esauste. Il vento ricominciò a soffiare, portando con sé i profumi invernali di resina e pino. Si strinse ancora un po’ a sé e rimase ad occhi chiusi ad ascoltare il battito del suo cuore. 

Lì, ad un passo dalla frenesia urbana, si sentiva sicura. In fondo non le era servito andare lontano per far perdere le sue tracce, anzi, le era bastato spostarsi di qualche chilometro per trovare, nella periferia, il modo di farsi dimenticare. 

Tra capannoni abbandonati, piattaforme ecologiche in disuso e obsoleti ponti decadenti, aveva tessuto la sua tela. Una volta era stata vittima, ora si sentiva carnefice. Solo a lei spettava il diritto di decidere cosa fare adesso. Non c’era più un domani a cui pensare, portava in tasca l’essenziale, non l’inutile. Un giorno alla volta, fino a che sorgerà il sole. Un giorno alla volta, fino a che avrà voglia di svegliarsi, fino a quando le tasche saranno vuote e anche l’essenziale sarà diventato inutile. Allora saprà che sarà arrivato il momento di partire ancora. 

Un passo più in là fino a non veder più le luci. 

Un passo più in là fino a svanire. 

In un giorno qualunque.